Masseria Vitorizzo

Lecce

   

Storia e territorio

Situata lungo la strada che da Lecce porta verso la marina di Torrechianca, a poche decine di metri dal santuario di Sant’Oronzo fuori le mura, “Vitorizzo” fu una delle principali masserie dell’immediato circondario di Lecce. Nacque prima del Santuario, e la sua datazione proviene dal suo frantoio, inquadrabile al XV-XVI secolo, quando queste strutture per la produzione dell’olio erano scavate interamente nel banco roccioso affiorante.

Il nome deriva dall’ultimo proprietario rimasto nelle fonti storiche, ossia un tale Vito Rizzo. Tutto l’insediamento è costituito da diversi ambienti, costruiti attorno ad un edificio turriforme più antico, e che hanno subito modifiche e aggiunte nel corso dei secoli successivi, fino ad epoche relativamente recenti, prima del definitivo abbandono della masseria nel Novecento.

Un graffito raffigurante una nave, una tipica “galeazza” di inizio 1600 (segnalata da Alessandro Romano nel 2019 nel suo libro “Tsunami lento”) ci testimonia l’assidua frequentazione di viandanti, all’epoca, di gente di mare, che conosceva bene la struttura degli scafi. Ciò non deve stupire, considerando che gli stessi “trappitari”, ossia i lavoratori del frantoio, dopo aver vissuto in queste masserie per tutto l’inverno, in estate si imbarcavano, spesso proprio per trasportare l’olio prodotto nei porti del nord Europa.

Sopra il frantoio si trova un primo edificio, servito da ampie stanze con grandi camini. Una scaletta ora diroccata porta ad un piano superiore, in cui c’è una singolare stanza stretta e allungata, probabilmente dimora del “nachiro”, il capo dei trappitari. Al suo interno anche qui c’è un camino, e sulla sua architrave degli interessanti graffiti, fra cui il simbolo della mano, ricorrente tra i viaggiatori.

Addossato al recinto della proprietà della masseria, nell’estate 2023 lo stesso Romano ha scoperto e segnalato alla Soprintendenza un menhir, che un grande ceppo di rampicanti infestanti occludeva da sempre alla vista: si tratta di una scoperta che rende questo sito ancora più importante.

Tutto l’insediamento meriterebbe una grande opera di restauro, che consentirebbe di tramandare un aspetto della comunità leccese da sempre oscurato dal barocco e la monumentalità della stessa città.

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